Manuel Parlato

Napoli, Allegri peggio di Garcia: se fosse Conte?

Facciamo un esercizio di immaginazione. Cancelliamo per un momento il nome di Massimiliano Allegri e sostituiamolo con quello di Antonio Conte. Otto giornate di campionato, undici punti conquistati, tre vittorie, due pareggi e tre sconfitte. Decimo posto in classifica, undici lunghezze di ritardo dalla vetta.

Cosa leggeremmo oggi sui giornali? Quali sarebbero i commenti degli opinionisti? E soprattutto, cosa direbbero quelli che per due anni hanno contestato Conte anche quando il Napoli vinceva?

Probabilmente assisteremmo a un processo sportivo senza appello.

E invece con Allegri si cercano attenuanti, giustificazioni, spiegazioni. Gli infortuni, la condizione atletica, il calendario, il tempo necessario per assimilare le idee del nuovo allenatore.

Tutto legittimo. Ma perché questi argomenti non dovrebbero valere per tutti?

Peggio di Garcia: i numeri non hanno simpatie

Il confronto è impietoso. Dopo otto giornate, il Napoli di Garcia nella stagione 2023/24 aveva conquistato 14 punti. Quello di Conte ne aveva ottenuti 19 nel 2024/25 e 18 nel 2025/26.

Allegri si ferma a 11.

Non è una sentenza definitiva sull’allenatore, ma è una fotografia che non può essere ignorata. Soprattutto perché parliamo di una squadra costruita per competere nelle zone alte della classifica.

Il Napoli non può accontentarsi di galleggiare a metà graduatoria, aspettando che qualcosa cambi.

Napoli-Roma, il manifesto delle difficoltà

Il 3-3 contro la Roma rappresenta perfettamente le contraddizioni di questa squadra.

Il Napoli ha mostrato qualità, carattere e individualità importanti. McTominay è stato ancora una volta determinante. Eppure non è bastato.

Perché una squadra che riesce a costruire situazioni favorevoli deve anche saperle amministrare. È qui che entra in gioco l’allenatore.

La lettura dei momenti, i cambi, la capacità di correggere gli errori e di intervenire quando l’avversario modifica il proprio assetto sono responsabilità tecniche precise.

Gasperini ha trovato risposte dalla panchina. Allegri, a mio giudizio, non è riuscito a incidere altrettanto.

E allora bisogna chiedersi se il problema sia soltanto fisico oppure anche tattico e gestionale.

L’eredità di Conte e la memoria corta del calcio

Conte ha lasciato Napoli dopo un biennio che ha portato uno scudetto, una Supercoppa italiana e un secondo posto. Risultati che oggi, davanti a questa classifica, assumono un significato ancora maggiore.

Questo non significa che Conte fosse infallibile. Ha commesso errori, come qualsiasi allenatore. Ma il suo lavoro deve essere giudicato per ciò che ha prodotto, non attraverso simpatie e antipatie personali.

Allo stesso modo, Allegri non deve essere condannato preventivamente. Deve però assumersi la propria parte di responsabilità.

Il prestigio di un allenatore non può trasformarsi in immunità calcistica.

Undici punti non sono un’opinione

La stagione è ancora lunga e Allegri ha il tempo per invertire la rotta. Ma il tempo non può diventare un alibi permanente.

Servono risultati, continuità, un’identità riconoscibile e soprattutto una squadra capace di gestire i momenti decisivi delle partite.

Il Napoli ha già lasciato per strada troppo terreno.

La mia domanda rimane la stessa: se Antonio Conte avesse conquistato undici punti nelle prime otto giornate, gli riservereste la stessa comprensione che oggi viene concessa a Massimiliano Allegri?

Perché la credibilità della critica sportiva passa anche dalla coerenza.

E nel calcio, come nella vita, non possono esistere due pesi e due misure.

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